Cibo e digitale: come stanno cambiando le nostre abitudini

Oggi proviamo a indagare come si sta modificando il nostro comportamento con il cibo in relazione al tempo che passiamo davanti ai servizi di streaming (Netflix, Amazon Video, etc) e ai feed dei social (YouTube, Instagram, etc).

In particolare, le piattaforme di film e serie tv hanno contribuito ad alimentare il fenomeno culturale dell’abbuffata, che avviene quando più episodi vengono consumati in successione immediata. Netflix, tra gli altri, ne è orgoglioso e chiama affettuosamente “binge racers” chi guarda la nuova stagione di una serie entro 24 ore dalla sua uscita.

Ci sono poi fattori secondari da considerare, non meno importanti. I televisori, ora a risoluzione 4K, vivono una nuova giovinezza, e non sorprende leggere che gli stadi sportivi negli Stati Uniti si sia visto un calo delle vendite dei biglietti, poiché i fan restano a casa a tifare per la propria squadra, affiancati dai loro fedeli mini frigoriferi con le birre fresche.

Anche la pressione della produttività a tutti i costi, il dover essere per forza multitasking ha il suo peso, soprattutto nella Generazione Y, i Millennial. Fare uno spuntino davanti a uno schermo ha trasformato il come, il dove e a volte anche il cosa mangiamo.

Inoltre, “mangiamo con gli occhi“. Forse il fenomeno #foodporn di Instagram è il miglior esempio moderno di questo modo di dire. E lo sono anche i programmi TV su cuochi e cucine, come Masterchef o 4 ristoranti. Vedere il cibo, ci fa venire più fame. In generale, guardare la televisione (o qualsiasi altro schermo con un flusso video) ci porta a mangiare in modo meno regolato; lo stesso contenuto influenza il nostro comportamento: i film d’azione, ad esempio, ci portano a mangiare a un ritmo più rapido.

C’è poi da tener presente che un numero crescente di persone vive (e quindi mangia) da solo, rendendo i tavoli da pranzo meno necessari. Se non ci sono altre persone in casa, a volte, ci concediamo delle comodità tutte nostre, come stare più tempo sul divano e mangiare in modo disordinato e informale. Dunque, come saranno le cucine e i soggiorni tra dieci anni?

Forse assomigliano più da vicino ai salotti, con tanto di divani e coperture rimovibili per combattere le inevitabili macchie. La popolarità delle cucine open space nella nostra cultura occidentale ha già cambiato le regole del gioco, e dando il permesso alla televisione di stare vicino ai fornelli. Parallelamente, sono cresciuti il tempo trascorso fuori casa, la popolarità della consegna del cibo da Glovo & simili, e la pigrizia delle persone per preparare il cibo, che viene dunque esternalizzato.

Il divano è diventato pian piano un secondo tavolo. Alzi la mano chi non si è mai ritrovato a mangiare qualcosa sui grandi cuscini di sofà e poltrone. Lo stesso vale per le scrivanie a lavoro, con lo schermo davanti sempre acceso, magari con la casella mail e Youtube in primo piano.

Ecco perché, per il New York Post, la maggior parte di noi è uno “zombie eater”.

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Alice Avallone (Asti, 1984) coordina il College Digital Storytelling della Scuola Holden, dove insegna e fa ricerca con l’etnografia digitale. Da anni, infatti, unisce scienze sociali e ricerca in Rete per comprendere le relazioni umane online: codici, comportamenti, linguaggi. In passato ha scritto una guida di viaggio con la rivista Nuok (Bur), il manuale Strategia Digitale (Apogeo), e ha curato il libro Come diventare scrittore di viaggio (Lonely Planet). Dallo scorso novembre è in libreria con il saggio People Watching in Rete. Ricercare, osservare, descrivere con l’etnografia digitale (Franco Cesati Editore).