Chi è la Generazione Z e quali sono i suoi tratti caratteristici

La Generazione Z, o iGen dallo studio di Jean M. Twenge Iperconnessi è arrivata dopo il 1995, con la crisi economica da una parte, e l’evoluzione della tecnologia dall’altra. Nati con il cellulare in mano, sono soprattutto creatori di contenuti, più dei loro predecessori. E lo testimonia il successo di app come TikTok.

Come per la Generazione X, anche per la Z la forchetta delle nascite è mobile a seconda delle filosofie; in questo caso, alcuni la spostano tra il 1997 e il 2010. E ancora una volta, quanto segue non indaga che cosa significa essere giovani, ma cosa significa esserlo oggi – dopo grandi eventi come la caduta delle Torri Gemelle, la recessione del 2008 e l’elezione di Donald Trump, per esempio. Ancora poco conosciuti in Italia, questi ragazzi sono oggetto di studio da anni all’estero, grazie anche al lavoro metodico e preciso dell’esperto social-antropologo David Stillman, il guru della Generazione Z. Il merito va a suo figlio, Jonah, rappresentante del gruppo, che gli fornisce un contesto autentico e informazioni di prima mano in modo naturale.

Gli Z sono nati in un momento storico piuttosto competitivo, dove i loro coetanei sono diventati famosi su internet o hanno già pubblicato svariati libri con colossi editoriali. I confini tra online e offline, dunque, sono del tutto sfocati, se non inesistenti. Non se ne stanno con le mani in mano, e iniziano già adesso a prepararsi per ill futuro. Anche per questa generazione, ci sono alcuni fili comuni che collegano i ragazzi tra loro in modo trasversale. Ecco i principali.

Come veri nativi digitali, non conoscono un mondo senza internet, e sono andati ben oltre il confine che divide ciò che è fisico e ciò che è virtuale. Il loro universo è “phygital. La rappresentazione più popolare dei ragazzi Z è quella che li vede chini sul proprio cellulare, ma ciò che si sottovaluta è che non sono isolati o alienati, ma in costante connessione con qualcuno. Anche la stessa formula “vedersi faccia a faccia” per loro assume un significato completamente diverso e potrebbe voler semplicemente dire avere una conversazione tramite il video di WhatsApp o Skype.

Il rovescio della medaglia è il fatto che non prendono in conderazione un mondo senza collegamenti, dunque sono più soggetti alla paura di perdersi opportunità e contatti (FOMO, Fear of Missing Out). Una nota curiosa: non amano i social media tradizionali come Facebook (abitati dai genitori) e preferiscono comprare nei negozi fisici più che in quelli online (per i quali devono chiedere la carta di credito a mamma e papà). La Rete rimane, però, la prima fonte di ispirazione per acquistare poi prodotti e servizi.

È una generazione che, a diversi livelli, è più preoccupata per le questioni degli adulti molto prima rispetto a quella precedente. Sono giovani pragmatici, più che sognatori. Sanno che quella dello studio accademico non è l’unica via per aggiudicarsi un lavoro che dia soddisfazione. Non significa che rifiutano l’istruzione, ma più semplicemente cercano alternative più vicine ai proprie interessi, gusti e aspettative. Sono indipendenti, iper-connessi e interessati alla iper-personalizzazione in ogni sfumatura. Anche politica, tanto da non credere più al dover scegliere tra due partiti, tantomeno di dover aderire a un unico partito.

Cresciuti nel bel mezzo della crisi economica, la loro visione e le loro prospettive future sono realistiche e alimentate da un senso di competizione più sviluppato. Sono dunque anche ambiziosi, e vogliono essere “proprietari” delle loro carriere. Sarà curioso vedere, più avanti negli anni, come si relazioneranno nel lavoro con i Millennial (che saranno i loro capi). Gli Z non hanno un confine netto nemmeno tra scuola o professione e vita privata: è un tutt’uno.

Gli studi più recenti ci dicono che il 67% della Generazione Z compra principalmente nei negozi fisici, e l’80% di loro è influenzato dai social media per gli acquisti da fare. Inoltre, ben il 38% è disposto a fare acquisti usando gli assistenti vocali. Indicazioni importanti, per capire come e dove intercettare questi ragazzi. C’è chi l’ha capito per tempo, come il marchio per skateboarder Supreme, che esiste dagli anni ’90 ma è diventato popolare in tempi recenti grazie ai social influencer (in Italia, tra i tanti, anche Fedez).

Alice Avallone (Asti, 1984) insegna alla Scuola Holden e fa ricerca con l’etnografia digitale per le aziende. Da anni, infatti, unisce scienze sociali e ricerca in Rete per comprendere le relazioni umane online: codici, comportamenti, linguaggi. In passato ha scritto una guida di viaggio con la rivista Nuok (Bur), il manuale Strategia Digitale (Apogeo), e ha curato il libro Come diventare scrittore di viaggio (Lonely Planet). Per Franco Cesati Editore ha pubblicato il saggio People Watching in Rete. Ricercare, osservare, descrivere con l’etnografia digitale e il manuale di scrittura per il turismo Immaginari per viaggiatori. A inizio 2021 tornerà in libreria con #Datastories. Seguire le impronte umane sul digitale per la collana Tracce di Hoepli.