Che cosa rende un posto reale davvero instagrammabile?

La notizia è fresca fresca: gli interni scuri del ristorante londinese Lucky Cat, proprietà di Gordon Ramsay, sono un tentativo intenzionale di rendere lo spazio non-instagrammabile. Parola della designer Afroditi Krassa, che ne ha curato gli spazi. Influenze art déco, richiami felini, tonalità scure e illuminazione molto bassa: eccoli gli ingredienti che vanno a contrapporsi con tutte quelle che sono le regole dell’estetica satura di Instagram.

E visto che come più volte abbiamo visto su queste pagine, il bisogno di autenticità e la necessità di disintossicazione digitale caratterizzano le nuove generazioni, allora forse non è una cattiva idea prendere posizione. Ad ogni modo, la scelta azzardata e fatta di proposito del Lucky Cat non ferma le persone a fare foto nel locale. È solo un po’ più complicato.

L’abbiamo detto: una volta la piattaforma metteva in scena soprattutto vite apparentemente perfette, ma grazie ai ragazzi della generazione Z la narrativa è sempre più reale e credibile. Cresce la tendenza delle foto “Instagram vs. reality” e, invece di modificare le foto per mostrare corpi tonificati o il trucco impeccabile, anche gli influencer mostrano ai propri contatti come scattare foto da una diversa angolazione può cambiare drasticamente il proprio corpo.

Tutti abbiamo provato almeno una volta la sottile tensione della scelta dello scatto migliore da filtrare e pubblicare. Per fortuna, l’approccio sta cambiando, tanto che più persone stanno smentendo pubblicamente coloro che postano immagini irrealistiche di sé stessi. Per fare un esempio, su Instagram Celebface pubblica confronti di celebrità e influencer, sottolineando con coraggio cosa è stato modificato e quanto trucco è stato effettivamente usato. E anche i brand hanno risposto: Lonely Lingerie su Instagram è un centro di positività, abbracciando la diversità dei corpi femminili.

La trasformazione dell’estetica sta riguardando non solo vita quotidiana e corpi, ma anche il design che ci circonda, tra architettura brutalista e insegne al neon. Nel frattempo, ci sono account come @archello che colleziona gli interni più desiderabili, @accidentallywesanderson che celebra lo stile visivo eccentrico del regista dei Tenenbaum, e @designrestaurants che dichiara il suo amore per i ristoranti esteticamente impeccabili. Ma che cosa rende un posto fisico perfetto per la rappresentazione digitale?

Se lo chiedono in tanti, anche perché “l’uso di Instagram per mostrare il proprio design non è solo una moda frivola, ma qualcosa che sta alla base del proprio business” come scrive Scott Valentine, imprenditore e autore di Instagram Design Guide. E con le ricerche che ci dicono che le persone sui social media si fidano delle immagini di altri consumatori sette volte più della pubblicità, allora ha senso indagare il fenomeno in corso.

Da sempre gli architetti hanno progettato gli edifici in modo che fossero anche fotogenici, ma se prima gli scatti sarebbero finiti giusto in una rivista di design o di lusso, ora si è aggiunto il digitale e il pubblico si è ampliato. Oggi anche pubblicare architettura può aiutare a costruire la nostra identità digitale – proiettando i propri gusti e valori.

I brand queste cose le sanno, e così stanno sperimentando all’interno dei loro spazi. Nel gennaio di quest’anno, Starbucks ha aperto il Dewata Coffee Sanctuary a Bali – il decimo Starbucks Reserve Bar – con tanto di alberi di caffè Arabica, video installazioni interattive che documentano la storia del caffè indonesiano, un murales alto nove metri e visite guidate sul processo di raccolta dei frutti. Il successo su Instagram? Gigante.

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O prendiamo il design di Kynd, un caffè vegano a Bali: grandi o piccole realtà non ha importanza, tutto è sempre più progettato per essere appetibile per gli occhi. Con le sue pareti ricoperte di citazioni ispiratrici ed (eco)consapevoli, le insegne al neon e le sedute in vimini oscillanti, Kynd offre un esempio perfetto di come si ottimizza il lavoro su Instagram.

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Il geotagging funge da mappa del tesoro per coloro che vogliono inseguire uno scatto Instagram da sogno (e capire dove replicarlo). Prendiamo il muro realizzato dal collettivo di design Assemble a Londra: è diventato un fenomeno in Rete nel 2014 quando è stato citato come il muro più instagrammabile della capitale del Regno Unito, con il suo irresistibile motivo regolare color pastello. E nonostante un cambio di posizione, le persone riescono ancora rintracciato e fotografato proprio grazie al geotagging.

Il rovescio della medaglia è il possibile vandalismo (pur di avere una foto!) e l’invasione della privacy, quando si tratta di abitazioni – come nel caso di un complesso residenziale parecchio fotogenico a Hong Kong.

I dati raccolti dai social possono aiutare i brand a raccontare storie migliori e strutturare la loro offerta in modo da intercettare il favore del pubblico. Grazie ad Instagram, ad esempio, è possibile vedere (e prevedere) i comportamenti delle persone: dove preferiscono sedersi, quanto spenderanno e – soprattutto – il tipo di foto che probabilmente pubblicheranno su Instagram, come viene raccontato in questa intervista.

Alice Avallone (Asti, 1984) coordina il College Digital Storytelling della Scuola Holden, dove insegna e fa ricerca con l’etnografia digitale. Da anni, infatti, unisce scienze sociali e ricerca in Rete per comprendere le relazioni umane online: codici, comportamenti, linguaggi. In passato ha scritto una guida di viaggio con la rivista Nuok (Bur), il manuale Strategia Digitale (Apogeo), e ha curato il libro Come diventare scrittore di viaggio (Lonely Planet). Per Franco Cesati Editore ha pubblicato il saggio People Watching in Rete. Ricercare, osservare, descrivere con l’etnografia digitale e il manuale di scrittura per il turismo Immaginari per viaggiatori.