Bubble tea: il simbolo della Boba Generation negli Stati Uniti

di Luisa Zhou

Il cibo è un elemento culturale, capace di creare una forte identità di gruppo e rafforzarne il senso di appartenenza. Si inserisce in un linguaggio universale, che non conosce i limiti della parola. Ad esempio, pur non sapendo il cinese, basteranno dei suoni di approvazione di fronte a un 大盘鸡, dapanji, per generare un legame immediato con i commensali (a proposito, qui la ricetta).

È quello che sta capitando anche al bubble tea o boba, la famosa bevanda taiwanese a base di tè, zucchero, latte e perle di tapioca. Negli Stati Uniti è diventato un vero e proprio fenomeno, attorno al quale la giovane generazione asioamericana si riunisce e si identifica.

È diventato così emblematico che neanche Hillary Clinton, durante le elezioni del 2016, ha potuto ignorare il trend. Per avvicinarsi alla comunità asiatica a New York, infatti, si è lasciata immortalare mentre assaggiava per la prima volta un bubble tea. Molti si sono addirittura indignati quando la Clinton l’ha definito chewy, gommoso: per intenderci, si ottiene la stessa reazione con gli italiani, quando si aggiunge l’ananas sulla pizza. 

Bubble tea come orgoglio “nazionale”, come simbolo di identità, come rappresentazione di una generazione. Ma come siamo arrivati fino a qui?

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1. Anatomia del bubble tea: breve storia

Il bubble tea nasce a Taiwan negli anni ’80, quasi per caso. Quando il product manager della teahouse Chun Shui Tang decide di mischiare il suo budino di tapioca con del tè freddo, è fatta. Le perle del famoso tubero vengono chiamate boba in onore del décolleté di un’attrice dell’epoca, Amy Yip, e diventano il tocco distintivo della bevanda, fino a darle il nome stesso. La loro consistenza trova un riscontro linguistico solo nel taiwanese, che la definisce “QQ” – una sensazione tra il morbido e il gommoso. Esistono addirittura scuole di boba, dove insegnano a cuocere la tapioca per ottenere il miglior grado di QQ, come questa.

Ma le radici storiche di questo prodotto tanto noto affondano altrove, fino ad arrivare al XVII secolo in Cina, periodo in cui gli Europei cominciarono ad esplorare il territorio asiatico.

Secondo Jenny Zhang della rivista Eater, “la storia del bubble tea è una storia di elementi diversissimi che si incontrano, una collisione di prodotti e pratiche culturali in una sola bevanda”. L’uso di latticini nel tè viene reintrodotto dai britannici, mentre la tapioca è un derivato della pianta sudamerica cassava o manioca, arrivata a Taiwan attraverso il sud-est asiatico durante il colonialismo giapponese.

Insomma, c’è un po’ di tutto. Non solo: una volta esportato all’estero, il bubble tea sperimenta nuovi ingredienti e combinazioni che incontrano il gusto dei diversi pubblici.

Oltre al Classic Milk Tea, arrivano sul mercato il Brown Sugar, il Taro Milk Tea, il Fruit-Filled… per non perdersi, servirebbe una guida. Ma è soprattutto in America che il fenomeno prende forma, dopo l’approvazione dell’Immigration and National Act del 1965. Tra gli anni ’60 e ’90, infatti, tantissimi gruppi di immigrati taiwanesi raggiungono gli Stati Uniti, fermandosi in particolare in California. Lì, i primi bubble tea vengono serviti nei ristoranti taiwanesi per accompagnare i pasti, ma guadagnano un loro spazio indipendente nei primi anni del 2000.

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2. Boba Generation & Bobalife: un trend in crescita

I locali di bubble tea diventano lo Starbucks della comunità asioamericana, la giovane generazione con background migratorio, per lo più originaria da paesi come Cina, Giappone, Filippine, Corea, India e Vietnam. Lo spazio fisico che si crea intorno al concetto di boba offre loro un importante momento di socialità e senso di appartenenza: in un contesto prevalentemente occidentale, infatti, il bubble tea rappresenta casa. O meglio, un’idea di casa e famigliarità creata nel tempo, scendendo a compromessi con la propria identità e con i propri immaginari culturali.

Riunirsi nei vari locali di bubble tea non è solo una possibilità di condivisione, ma una vera e propria valvola di sfogo, in cui riconoscersi “asiatici” e ridere delle stesse battute, senza dover spiegare niente a nessuno.

Nella sua ricerca dedicata al legame tra boba e comunità asioamericana a San Josè, la studiosa Talitha Angelica Trazo evidenzia proprio l’importanza di questi spazi come ponte tra gruppo etnico e contesto socio-urbano.

L’esistenza di luoghi simili appare ancora più necessaria, se si considera il fatto che tra il 2010 e il 2018 la comunità asiatica negli Stati Uniti ha visto una crescita demografica del 27,4%. Proprio in questo bisogno di spazio e rappresentazione, nasce la Boba Generation, che comprende sia Millennial che Generazione Z, la cui adolescenza è strettamente legata al bubble tea. Una vera e propria sottocultura, che prende forma e nome solo nel 2013, quando una coppia di fratelli, la Fung Bros Studio, pubblica il video musicale “Bobalife.

A guardarlo, ho pensato la stessa cosa.
Un inno alla bevanda più recente è stato quello di Jason Chen, noto cantante pop di origini taiwanesi, che la definisce il suo primo amore. “No matter how much I love other drinks, I keep coming back to you”, sono le parole che sanciscono la sua lealtà. Ma non solo la sua.

Nel gruppo Facebook Subtle Asian Traits, una community che ora conta quasi due milioni di iscritti in tutto il mondo, sono tantissimi gli appartenenti alla Boba Generation.

Estetica, umorismo e valori ben precisi, come la pietas familiare nei confronti dei genitori.

Tra meme sulla famiglia, reazioni scandalizzate di fronte alla cottura del riso di una chef della BBC e un immaginario legato al mondo dell’animazione giapponese, la costante è il bubble tea. Da make-up a segnaposto nuziali, da gattini “perlati” a usi più sostenibili degli iconici bicchieri di plastica.

Un simbolo così importante da avere la sua personale emoji, realizzata dalla Creative Director Yiying Lu. E per tenere sotto controllo i propri consumi, nel 2019 arriva la Boba Watch, un’app che permette di registrare tutte le uscite in bubble tea.

Insomma, il trend continua a crescere, anche grazie alla diffusione sui social – su Instagram l’hashtag #bubbletea conta più di due milioni di post.

Non lascia indifferenti neanche il report di Allied Market Research, che stima addirittura un valore di mercato di oltre quattro miliardi di dollari entro il 2027.

L’hanno detto i Fung Brothers, we’re living in a boba life.

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3. Boba liberalism: una riflessione critica

Ma se il bubble tea è diventato un simbolo di identità asioamericana, occorre anche chiedersi chi fa parte di quest’immensa comunità. Non tutti i gruppi, infatti, sono rappresentati nello stesso modo. Ciò che appare evidente è il netto squilibrio tra chi ha origini cinesi o taiwanesi e chi appartiene a un’altra discendenza asiatica.

In poche parole, si confonde l’Asia con la Cina, dimenticandosi del resto: le differenze etniche e culturali vengono appiattite da un’unica rappresentazione, che getta un’ombra sulle altre. E allora mangiare determinati cibi, usare le bacchette e abbracciare la boba life diventano prove di “Asianness”, un modo per essere riconosciuti nel gruppo – anche a costo di sacrificare una piccola parte di sé.

L’account Twitter @diaspora_is_red ha coniato l’espressione boba liberalism per indicare proprio questa tendenza a identificarsi con il bubble tea, visto però come l’ennesimo prodotto del capitalismo. Il termine apre anche un ampio dibattito sul privilegio e sulla rappresentazione dell’Asia orientale.

In un post del 2019, si ironizza sul desiderio di ritrovare le proprie radici “bevendo bubble tea e chiedendo di essere aggiunti a subtle asian traits”, senza mai approfondire la storia della propria homeland, patria.

Tuttavia, occorre chiedersi: qual è la patria di cui si parla? Cina? Vietnam? Stati Uniti?

Per la Boba Generation o per tutte quelle generazioni ibride, la risposta non è così semplice.

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In questa ricerca di spazi da occupare e di identità in divenire, il bubble tea è riuscito a entrare nell’immaginario comune come simbolo della comunità asioamericana. Sono stati d’aiuto fattori storici e demografici, ma anche la politica ha avuto il suo ruolo: l’ascesa mondiale di potenze come la Cina ha reso necessaria una nuova rappresentazione.

Non più mainstream occidentale, ma orientale.

In Italia il fenomeno è arrivato negli ultimi anni: nel 2017, infatti, The Fork lo annovera tra i trend dell’estate. Tuttavia, il bubble tea non ha portato con sé lo stesso peso iconografico.

Gli IBC (Italian Born Chinese), così come altre comunità italo-asiatiche, hanno scelto altri modi per rappresentarsi o li stanno ancora cercando. Il cibo rimane senz’altro un forte elemento di identificazione, ma – come sostiene la giornalista Jenny Zhang – è importante ricordare che “come scegliamo di identificarci conta”.

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Luisa Zhou (Torino, 1995) ha un’unica certezza nella vita: un giorno prenderà un cane-lupo cecoslovacco. Nel frattempo, cerca di ritagliarsi il suo spazio nel mondo, fra il Piemonte e lo Zhejiang. Osserva, ama, scrive. Le piace parlare di identità, di trasformazioni, di come una volta sia rimasta intrappolata sulla Muraglia Cinese con degli amici. Se trova la serie o il libro giusto, può arrivare a dimenticarsi di dormire. Si è laureata in lingue, ma ancora si chiede perché. Per fortuna, ora frequenta il corso di Story Design alla Scuola Holden.