Biophilic Design: progettare e vivere spazi collegati alla natura

Più il nostro mondo avanza e la nostra quotidianità si immerge nel digitale, più abbiamo necessità di riconnerci con i valori perduti della natura, anche solo tenendo una pianta in più in casa. Il fenomeno prende il nome di rewilding e ha a che fare soprattutto con la massiccia urbanizzazione che rende più complesso avvicinarsi agli ambienti naturali. Ed è proprio in questo contesto che si inserisce il Biophilic Design, che possiamo tradurre grossolanamente con “progettazione biofilica”. Oggi vediamo di che cosa si tratta.

Da sempre sappiamo che stare all’aria aperta fa un gran bene a noi esseri umani. Le prime intuizioni sull’argomento affondano le proprie radici in realtà già negli anni ’80, quando il biologo americano Edward. O. Wilson notò che le persone che si spostavano dalle aree rurali ai centri urbani avevano più problemi fisiologici e psicologici.

Il tutto è stato confermato anche da uno studio dello scorso febbraio: gli scienziati dell’Università di Aarhus in Danimarca hanno infatti analizzato i dati relativi a quasi un milione di danesi nati tra il 1985 e il 2013, scoprendo che essere cresciuti vicino a un ambiente naturale riduceva il rischio di sviluppare problemi di salute mentale del 55%. Oggi ci stiamo rendendo conto che non è solo l’infanzia a essere influenzata positivamente dalla natura.

Oggi gli elementi di design biofili sono ovunque. Camere da letto, sale riunioni, aeroporti, ristoranti, scuole: persone e aziende stanno portando sempre di più la natura nei loro spazi interni, tra cactus, piante in vaso, luce naturale o legno naturale.

Oltre allo studio dell’Università di Aarhus, esiste un corpus crescente di ricerche che illustrano come il design ambientale abbia un impatto positivo non solo sulla salute, ma anche sulla produttività e sulla creatività. Uno studio del 2018 dell’Università della North Florida ha rivelato che le donne che hanno ricevuto e vissuto tra i fiori erano significativamente meno stressate rispetto a quelle che non lo facevano, per dirne una. La Parsley Clinic di New York ha rinnovato i soffocanti uffici dei medici, progettandoli con elementi più olistici, naturali e biofilici per creare un’atmosfera di conforto, guarigione e intimità.

Le aziende stanno riconoscendo che l’architettura ispirata alla natura delle aree di lavoro può aiutare a rafforzare le relazioni, la comunità e la cooperazione. Basti pensare ad esempio al quartier generale di Seattle di Amazon, aperto due anni fa. Il “complesso di sfere” ospita passerelle tortuose – che portano ad angoli nascosti e spazi aperti – con cupole di vetro che ospitano circa 40.000 piante, tra cui un albero di più di 16 metri. Durante la progettazione, la speranza di Amazon era che la foresta pluviale potesse favorire incontri casuali e incentivare la creatività, due comportamenti promossi dal design biofilico.

Non sorprende dunque anche anche spazi di co-working come Second Home siano stati i primi ad adottare il design biofilo: il loro avamposto in Portogallo ospita ben 2.000 piante, dentro spazi senza linee rette e con arredi sempre diversi, come lo sono le foglie e i fiocchi di neve – riflettendo così la complessità frattale che si trova in natura. A tal proposito, il fisico Richard Taylor ha studiato gli effetti del disegno frattale sulla cognizione delle persone, scoprendo che il recupero dallo stress è migliorato del 60% davanti a immagini frattali ispirate alla natura.

Colori monotono, scarso accesso alla luce naturale e sovraffollamento degli spazi: ufficialmente riconosciuta dagli anni ’70, la Sindrome dell’edificio malato (Sick building syndrome – SBS) è molto diffusa e può causare aggressività, obesità e stress. È questo uno dei motivi che ha portato a smettere di progettare edifici “non salutari”, preferendo altri standard. Ad esempio, l’International Well Building Institute sta portando avanti 3.975 progetti in 58 paesi, con una certificazione che verifica dieci standard chiave di un edificio “sano”: aria, acqua, alimentazione, luce, movimento, comfort termico, suono, materiali, salute mentale e comunità.

Certo, il design biofilo non è economico, ma è una grande sfida di ritorno sugli investimenti. Inoltre, non deve significare una revisione totale. Per le piccole aziende, imitare la sensazione di essere dentro la natura può suscitare risultati simili: può essere con l’apertura più regolare delle finestre o con l’utilizzo di specchi per riflettere il verde che si vede della finestra. Considerato che oltre il 54% del mondo vive attualmente in città (qui sotto un grafico dell’United Nations Department of Economic and Social Affairs), portare un senso di calma in questi spazi può essere di grande aiuto. Parallelamente, il numero di ricerche su Internet per “miglior purificatore d’aria” e “indice di qualità dell’aria” è aumentato di oltre il 750% nell’ultimo decennio. Segno dei tempi.

Molte startup stanno contribuendo a rendere i comportamenti biofilicifacili da adottare. A Londra Patch è uno di questi servizi, così come Bloombox, o il caso nostrano Flob, del quale vi avevamo già parlato qui.

Per chi vive in appartamenti urbani in affitti, coltivare piante offre anche un senso di proprietà. La tecnologia può dare una mano: il Miracle-Gro Twelve Indoor Growing System, ad esempio, offre spazio per quattro piante. Un serbatoio d’acqua fa circolare l’alimentazione per impedire alle persone di annaffiare di continuo e un sensore integrato le avvisa tramite una connessione Bluetooth se devono aggiungere acqua o altre sostanze. E, non ultimo, il suo design minimalista Insta-friendly si adatta facilmente agli ambienti domestici.

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Alice Avallone (Asti, 1984) coordina il College Digital Storytelling della Scuola Holden, dove insegna e fa ricerca con l’etnografia digitale. Da anni, infatti, unisce scienze sociali e ricerca in Rete per comprendere le relazioni umane online: codici, comportamenti, linguaggi. In passato ha scritto una guida di viaggio con la rivista Nuok (Bur), il manuale Strategia Digitale (Apogeo), e ha curato il libro Come diventare scrittore di viaggio (Lonely Planet). Per Franco Cesati Editore ha pubblicato il saggio People Watching in Rete. Ricercare, osservare, descrivere con l’etnografia digitale e il manuale di scrittura per il turismo Immaginari per viaggiatori.