Be UnProf: Gabriele Giacomini, potere digitale e democrazia

Il terzo appuntamento della nostra rubrica Be UnProf – dedicata a una serie di interviste a studiosi, ricercatori e professori universitari – lo dedichiamo al tema del libro Potere Digitale (edito da Meltemi) e al suo autore, Gabriele Giacomini, che si occupa di filosofia politica e di sociologia dei nuovi media. È con lui che abbiamo approfondito il tema della relazione tra Rete, sfera pubblica e democrazia, dell’impatto sociale del cosiddetto digital journalism, della frammentazione e della polarizzazione di opinioni delle persone. Buona lettura!

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Iniziamo da te. Hai conseguito un master di II livello in Previsione sociale all’Università degli Studi di Trento. Di che materia si tratta?

È una materia che non si occupa di prevedere il futuro, almeno io la intendo così. Facciamo fatica a dominare la Storia, che abbiamo attraversato completamente e che è piena zeppa di documenti e testimonianze. Del presente intuiamo qualcosa, in maniera spesso contraddittoria e parziale, abbastanza superficiale. Figuriamoci se possiamo prevedere il futuro, per di più di una cosa estremamente complessa come la società. In Blade Runner, del 1982, ci sono le automobili che volano, ci sono “esseri umani” creati artificialmente, i replicanti. Eppure quando, nel film, si deve telefonare, si alza una cornetta collegata ad un cavo. Un fallimento di previsione completo, si potrebbe dire.

A cosa serve, quindi, la previsione sociale? A mio parere soprattutto a migliorare le nostre decisioni, qui e ora. Serve a pensare in maniera il più possibile completa ciò che sta accadendo, a visualizzare in maniera flessibile, e non rigida, gli scenari e le diverse opzioni, a riflettere sul fatto che oltre alle “cose come stanno” ci sono anche le “cose come vorremmo che fossero”, in estrema sintesi a ricordarci che il futuro è aperto. Non è molto, ma credo che non sia nemmeno poco.

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In che modo ti sei avvicinato al tema della relazione tra Rete, sfera pubblica e democrazia, che poi hanno dato vita al tuo libro Potere digitale?

Mi sono avvicinato al tema della sfera pubblica e della democrazia, per davvero, durante le sedute del Consiglio Comunale di Udine, quando ero Assessore all’Innovazione. Guardavo le persone parlare, muoversi, agire. L’impressione che ne ho avuto si può facilmente dedurre dal titolo del mio primo lavoro scientifico: “Psicodemocrazia. Quanto l’irrazionalità condiziona il discorso pubblico” (Mimesis, 2016). Ovviamente sto scherzando. Ma fino ad un certo punto, nel senso che con questo titolo voglio intendere che la democrazia sembra un po’ “malata di nervi”, che è emotiva ed irrazionale come lo sono a volte gli esseri umani, e soprattutto che è doveroso cercare di capirla con gli strumenti delle scienze cognitive e sociali. Poi mi sono accorto che, al giorno d’oggi, non si può affrontare un tema di questo genere senza tenere adeguatamente conto delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Da qui è nato “Potere digitale. Come Internet sta cambiando la sfera pubblica e la democrazia” (Meltemi 2018).

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Qual è l’impatto sociale del fatto che ciascuno di noi possa fare digital journalism, ovvero possa pubblicare le proprie informazioni come e dove vuole?

Il primo effetto è che si stanno indebolendo i confini fra attività professionale e attività amatoriale nell’ambito del giornalismo. Ma la mia impressione è che, su questioni affini, le valutazioni siano ancora eterogenee e non stabilizzate. Da un lato, è evidente che il numero di voci disponibili stia molto crescendo con Internet, che quella che Habermas chiama “periferia della sfera pubblica” abbia più frecce al suo arco. Dall’altro lato, però, anche il “potere del centro del sistema” può rinnovarsi con le tecnologie digitali.

Se vent’anni fa ero un semplice cittadino udinese, e avevo una notizia, scrivevo al Messaggero Veneto. Se la notizia non veniva pubblicata, telefonavo al centralino cercando il direttore, quasi sicuramente conoscevo un collaboratore del giornale, coinvolgevo un politico locale eccetera. C’era una “prossimità sociale”. Ora, invece, se sono un semplice cittadino e ho una notizia la pubblico immediatamente su Facebook e, se interessa a molte persone, diventa virale. Ma è anche possibile che Facebook “censuri” il mio post, perché ad esempio ritiene che violi le norme della community. O che, più semplicemente, applichi forme di “raccomandazione algoritmica” a sua discrezione, senza che io non ci faccia neanche troppo caso, con l’effetto di accelerare o rallentare la diffusione.

In “Potere digitale” sostengo che le piattaforme non sono tanto forme di disintermediazione, quanto di neointermediazione. Insomma, ciascuno di noi può pubblicare le proprie informazioni come e dove vuole, ma fino ad un certo punto e attraverso giganti della comunicazione come Google o Facebook.

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Che ruolo hanno i social media in questa costante frammentazione e polarizzazione di opinioni delle persone?

Due premesse. La prima è che la frammentazione e la polarizzazione non sono “semplicemente negative”. Qualche anno fa intervistai Paolo Mancini, un importante sociologo italiano, che mostrò favore nei confronti di queste dinamiche, perché le interpretava come sintomi di vitalità e di pluralismo. Secondo me lo sono fino a quando non minacciano la concordia discors, ovvero la capacità di discutere, anche aspramente, senza dimenticare le regole del gioco alla base della democrazia, che dovrebbero restare comuni a tutti. La seconda è che nelle società occidentali la frammentazione e la polarizzazione stanno crescendo da prima dell’avvento dei social. A mio parere, ciò dipende dalle disuguaglianze crescenti, dalla precarizzazione, dalla globalizzazione, da alcune dinamiche sistemiche che sono associate a passioni come la paura, che oggi dominano la politica e che tendono a “polarizzare”. Poi entrano in gioco anche fattori culturali, come la moltiplicazione degli stili di vita e dei valori, che “frammentano” per loro natura. A tutto questo i social media aggiungono meccanismi tecnologici, come le “bolle di filtraggio”, che tendono ad esasperare queste due dinamiche.

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Se dovessi spiegare a un bambino delle elementari che cosa sono le “bolle di filtraggio”, che parole sceglieresti?

Gli direi che, se gli piacciono le caramelle al limone, i social network tenderanno ad “offrirgli” soprattutto caramelle al limone, mettendo in secondo piano quelle alla fragola o all’arancia. Questo, a primo acchito, è davvero piacevole, e lo porterà a passare molto tempo sui social, a “scartare” le sue caramelle preferite. Ma questo potrebbe essere anche un limite. Infatti, i gusti cambiano, e cambiano quando si può provare qualcosa di diverso. Li possiamo chiamare “incontri casuali”: delle occasioni per arricchire il proprio punto di visita, che vengono limitate dalle “bolle di filtraggio”. Alla lunga, un possibile problema per la democrazia.

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Futuro, politica e digitale: che cosa c’è all’orizzonte, soprattutto per il nostro Paese?

Il nostro Paese in termini di infrastrutture è in ritardo, anche se il piano in fibra ottica promossa dai governi Renzi e Gentiloni e realizzato attraverso Open Fiber ha dato una bella spinta. Ovviamente c’è anche un problema in termini di competenze, non solo informatiche. Siamo uno dei paesi europei con il minore numero di laureati, con il maggior tasso di analfabetismo di ritorno, e questo per l’innovazione è un grande handicap. Ad ogni modo, ci sarà una progressiva crescita dell’utilizzo del digitale nella comunicazione, anche politica. Ancora oggi gli italiani si informano soprattutto attraverso la televisione, ma i giovani lo fanno in larga parte attraverso la Rete. Quindi, probabilmente, cresceranno i meme, l’utilizzo dei bot, le dirette Facebook, le piattaforme di partecipazione online. La politica, sempre in cerca di elettori, si sta adeguando abbastanza rapidamente.

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Alice Avallone (Asti, 1984) coordina il College Digital Storytelling della Scuola Holden, dove insegna e fa ricerca con l’etnografia digitale. Da anni, infatti, unisce scienze sociali e ricerca in Rete per comprendere le relazioni umane online: codici, comportamenti, linguaggi. In passato ha scritto una guida di viaggio con la rivista Nuok (Bur), il manuale Strategia Digitale (Apogeo), e ha curato il libro Come diventare scrittore di viaggio (Lonely Planet). Per Franco Cesati Editore ha pubblicato il saggio People Watching in Rete. Ricercare, osservare, descrivere con l’etnografia digitale e il manuale di scrittura per il turismo Immaginari per viaggiatori.