Be UnProf: Daniel Miller, pioniere dell’antropologia digitale

Intervista e traduzione a cura di Alice Avallone
Contributo in inglese originale pubblicato sotto

Daniel Miller, professore di Antropologia al University College of London, è riconosciuto come il pioniere dell’antropologia digitale. Nel 2012 ha iniziato il Social Networking and Social Sciences Research Project, un progetto di cinque anni che ha visto nove antropologi impegnati a esaminare l’impatto globale dei social media in diversi paesi del mondo, Italia del sud compresa. I risultati sono stati rilasciati in una serie di documenti dal titolo Why We Post.

Nel 2017 il professor Miller ha lanciato poi un secondo progetto di ricerca, The Anthropology of Smartphones and Smart Ageing, per indagare l’impatto degli smartphone sul modo in cui le persone di mezza età affrontano le questioni di salute, usando così il potenziale dell’antropologia digitale per rendere le applicazioni mobile dedicate al benessere (mHealth) più sensibili ai contesti socioculturali.

Il progetto viene raccontato man mano dai ricercatori coinvolti su blogs.ucl.ac.uk/assa, direttamente dagli undici siti monitorati: Irlanda, Italia, Camerun, Uganda, Brasile, Cile, Trinidad, Gerusalemme Est, Singapore, Cina e Giappone. L’intenzione di Miller e del suo team è di scrivere una serie di libri e monografie ad accesso libero rivolti sia a un pubblico antropologico che a un pubblico più generale.

Oggi siamo tanto, tanto felici di averlo ospite in esclusiva sulle nostre pagine.

Buona lettura.

* * *

Professor Miller, cosa studia l’antropologia digitale?

Non ci sono misteri intorno all’antropologia digitale. Il nostro metodo principale è l’etnografia, che partecipa al quotidiano. Man mano che il digitale diventa una parte sempre più importante della nostra vita, l’antropologia lo incorpora naturalmente negli studi. Ma con domande specifiche, come, ad esempio, in che modo differisce tra le diverse popolazioni e come possiamo vedere le sue conseguenze nei nuclei famigliri e nelle nostre relazioni.

Ha ancora senso dividere il mondo tra umano e digitale, reale e virtuale?

Se sentissimo un’ora di telefonata di una figlia alla madre, non diremmo mai “Oh, è stato difficile, com’è la vostra relazione nel mondo reale”. Proprio come accettiamo che il telefono sia solo una parte della vita, dovremmo dunque accettare anche che tutte le attività online fanno parte di noi, dove il posto di lavoro stesso è una cosa a sé. Tutto ciò che facciamo è mediato da norme culturali, come ha dimostrato Goffman. Questo vale per il mondo digitale quanto per il vis-à-vis.

Riguardo al progetto di ricerca multi-sito The Anthropology of Smartphones and Smart Aging, che cosa rende il nostro smartphone così unico e indispensabile?

In un certo senso è fuorviante pensare allo smartphone come a un telefono. Per la maggior parte delle persone la chiamata vocale è inferiore al 5% di utilizzo. Non abbiamo mai avuto un dispositivo così intimo e fondamentale per la nostra vita. Nella nostra ricerca abbiamo un’intera serie di nuove teorie per aiutare a descrivere e spiegare ciò. Anche piattaforme molto nuove come WhatsApp vengono rapidamente date per scontate come indispensabili. Ma ogni luogo è diverso. Ad esempio, l’etnografia di Walton a Milano mostra come lo smartphone esprima l’amore per la socialità e l’interazione costante delle persone.

Quali solo le soft skill ideali di un antropologo che si occupa di territori digitali?

Non riesco a vedere come sia possibile capire la vita online, in particolare sullo smartphone, senza le competenze trasversali. Gran parte di ciò che conta accade nei mondi privati ​​dei gruppi familiari di WhatsApp. L’unico modo per accedervi è attraverso l’accumulo di una fiducia a lungo termine. Tuttavia, se non abbiamo tali relazioni strette, non possiamo davvero capire cosa succede sugli smartphone, e dunque le loro conseguenze per la vita delle persone e i rapporti primari.

Questo è il motivo per cui ognuno di noi ricercatori trascorre 16 mesi vivendo all’interno di una comunità, in modo da poter noi stessi diventare parte di quella vita sociale online, ma anche comprendere gli usi quotidiani di cose come l’uso delle mappe, la ricerca di informazioni, il controllo della salute, l’ascolto della musica e tutto l’ampio ventaglio di altre attività online.

* * *

Professor Miller, what does digital anthropology study? There is no mystery to Digital Anthropology. Our main method is ethnography, that is participating in everyday life. As the digital becomes increasingly important part of our lives then anthropology naturally incorporates this within out study. But with specific questions, such as how does this differ between different populations, and how can we see its consequences for families and our relationships.

Does it still make sense to divide the world between human and digital, real and virtual? If you hear an hour’s phone call of a daughter with her mother, you would never say ‘Oh that was difficult, how is your relationship in the real world’. Just as we accept the telephone is just part of life, so we should accept that all online activities are part of life, but sometimes a different part in a way the workplace is a different part. Everything we do is mediated by cultural norms, as Goffman showed. This is not more true of the digital world than face-to-face.

In reference to the multi-sited reaserch project The Anthropology of Smartphones and Smart Ageing, what makes our smartphone so unique and indispensable? In a way it is misleading to think of the smartphone as a phone. For most people voice calling is less than 5% of usage. We have never had a device that is so intimate and so fundemental to our lives. In our book we have a whole series of new theories to help describe and explain this. Even very new platforms such as WhatsApp quickly become taken for granted as indespensible. But each place is different. For example Walton’s ethnography in Milan shows how the the smartphone expresses people love of sociality and constant interaction.

What are the ideal soft skills of an anthropologist who deals with digital territories? I can’t see how it is possible to undestand online life especially the smartphone without those soft skills. Much of what is important happens in the private worlds of family WhatsApp groups. The only way you can gain access to this is through the long term build up of trust. Yet if we do not have these close relationships we cannot really teach about what happens on smartphones, and their consequences for people’s lives and close relationships. This is why we each spend 16 months living within a community, so that we can ourselves becomes part of their online social life, but also understand everyday uses of things like mapping, gaining information, researching health, listening to music and the vast range of online activities.

* * *

Alice Avallone (Asti, 1984) coordina il College Digital Storytelling della Scuola Holden, dove insegna e fa ricerca con l’etnografia digitale. Da anni, infatti, unisce scienze sociali e ricerca in Rete per comprendere le relazioni umane online: codici, comportamenti, linguaggi. In passato ha scritto una guida di viaggio con la rivista Nuok (Bur), il manuale Strategia Digitale (Apogeo), e ha curato il libro Come diventare scrittore di viaggio (Lonely Planet). Per Franco Cesati Editore ha pubblicato il saggio People Watching in Rete. Ricercare, osservare, descrivere con l’etnografia digitale e il manuale di scrittura per il turismo Immaginari per viaggiatori.