#BackToTheFuture: tra privacy, controllo e ritorno degli esperti

Chi prima, chi dopo, ma la maggior parte dei Paesi ha risposto all’emergenza con misure mai viste prima in tempo di pace, stabilendo una serie di precedenti riguardo come governi, aziende e persone possano affrontare una crisi globale. Uno dei temi emersi, ad esempio, è la valutazione collettiva dei pro e dei contro della sorveglianza biometrica. In che misura una tale pandemia giustifica un’intrusione nelle libertà personali? Come stiamo vedendo anche in questi giorni intorno al dibattito dell’app nostrana Immuni, l’applicazione della tecnologia sulla salute solleva non pochi problemi di privacy.

Non c’è dubbio che i dati sulla posizione e sulla salute individuale abbiano contribuito a controllare la diffusione del virus in Cina, Corea del Sud, Singapore e Israele. Chiedere alle persone di scegliere tra privacy e salute è, in effetti, la vera radice del problema, come scrive Yuval Noah Harari sul Financial Times. Un problema che, in ogni caso, non si può risolvere senza test a tappeto, rapporti onesti e cooperazione volontaria di cittadini ben informati.

Così come ci siamo adattati alle rigorose misure di sicurezza negli aeroporti a seguito di attacchi terroristici, così possono considerare la condivisione dei nostri dati personali come un valido compromesso per impedire che qualcosa di simile si ripeta. L’epidemia potrebbe segnare un importante spartiacque nella storia della sorveglianza.

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Il tema ricorrente del controllo

La campagna #playfortheworld ha visto diversi atleti sponsorizzati da Nike pubblicare lo stesso messaggio sui loro canali social, sfruttando la loro portata digitale per una buona causa al motto di “Se avete sognato di giocare per milioni di persone, è il vostro momento”. In Paesi come il nostro – ma anche gli Stati Uniti e il Regno Unito – dove l’individualismo tende a prevalere sulla responsabilità collettiva, i brand e le celebrità stanno continuando a intervenire per incoraggiare le persone a rimanere in casa con orgoglio.

Benché la gravità della pandemia abbia superato il picco, le persone vivono ancora il conflitto tra ciò che costituisce un comportamento responsabile e ciò che è da condannare: prima chi andava a correre, poi i genitori con i bambini più piccoli, e ancora l’apertura delle librerie.

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La comprensione delle nostre fragilità

Dopo la peste nera, la “teoria dei germi” ha portato l’idea di contagio nella coscienza pubblica, cambiando per sempre il rapporto delle persone con il loro ambiente. Con la stessa dinamica, anche il Coronavirus può influenzare gli atteggiamenti delle persone nei confronti della salute, sensibilizzandole su igiene personale e possibile contaminazione. Tra l’altro, l’aumento di fiducia negli esperti significa che le persone stanno prendendo sul serio la consulenza medica verificata.

Nonostante il tentativo di cercare nella scienza un conforto, la morbosità con cui vengono ascoltati i bollettini delle vittime quotidiane, costringe molte persone a confrontarsi con la propria mortalità.

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Le prove di un futuro responsabile

Quando la pandemia si placherà, è possibile che il senso di poter adottare cambiamenti notevoli nella nostra vita quotidiana resterà. Al contempo, tutti noi saremo consapevoli della nostra responsabilità verso gli altri e del ruolo che svolgiamo nel garantire un futuro sicuro ed equo per tutti. La cura è ed è sempre stata una responsabilità condivisa.

Futuro responsabilie significa anche ripristinare la fiducia nella salute e nella medicina. Negli anni ’60, il concetto di benessere è stato creato per contrastare l’establishment medico, spostando così l’attenzione da protocolli e cure farmaceutiche a stili di vita individuali. Da allora, la ricerca dei consumatori per il benessere sono cresciuti sempre di più.

Man mano che le persone diventano iper-consapevoli della propria salute, l’interesse per i rimedi non convalidati può diminuire, soprattutto alla luce del contraccolpo legato alla pandemia. Al contrario, potrebbe esserci una rinnovata attenzione per l’igiene, per i principi attivi e per i trattamenti sostenuti da esperti. Insomma, le promesse di strani elisir e pastigliette sembrano avere meno potere seduttivo.

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Alice Avallone (Asti, 1984) coordina il College Digital Storytelling della Scuola Holden, dove insegna e fa ricerca con l’etnografia digitale. Da anni, infatti, unisce scienze sociali e ricerca in Rete per comprendere le relazioni umane online: codici, comportamenti, linguaggi. In passato ha scritto una guida di viaggio con la rivista Nuok (Bur), il manuale Strategia Digitale (Apogeo), e ha curato il libro Come diventare scrittore di viaggio (Lonely Planet). Per Franco Cesati Editore ha pubblicato il saggio People Watching in Rete. Ricercare, osservare, descrivere con l’etnografia digitale e il manuale di scrittura per il turismo Immaginari per viaggiatori.