#BackToTheFuture: tra buoni propositi e nuova normalità

Dopo aver dato il nostro contributo alla #resistenzaculturale mettendo in condivisione strumenti per gli insegnanti e dopo aver lanciato il 9 marzo la #25giorniacasa challenge su Instagram, si apre per noi una terza e ultima fase, che ha a che fare con il #BackToTheFuture, ovvero la preparazione al “ritorno al futuro”, o meglio ancora della nostra nuova normalità.

Abbiamo iniziato aprendo un modulo dove chiediamo a ciascuno come sta, che cosa gli manca di più in questo momento, cosa sta imparando da questa situazione, qual è il proprio buon proposito per la ripartenza e quale sarà la prima cosa che farà una volta finito tutto. Via via le risposte anonime sono consultabili da tutti liberamente qui. È emozionante leggerle.

Parallelamente, inauguriamo oggi questa rubrica, che andrà avanti fino a fine emergenza. L’impatto che il Coronavirus sta avendo sulle nostre vite è straordinario, lo stiamo provando tutti sulla nostra pelle. Dal boom a Wuhan, il virus ha coinvolto flussi finanziari, beni e persone in ogni angolo del mondo, raggiungendo 183 paesi. È innegabile che qualcosa è già cambiato, come abbiamo raccontato nel nostro abbecedario sulle trasformazioni social e sociali – nel grande e nel piccolo, come l’incremento dell’emoji con la mascherina in Italia e in Europa.

Stiamo vivendo un trauma collettivo, e la narrativa di questo trauma passa da fasi del tutto individuali, che sembrano quasi rispondere a una drammaturgia. La nostra stessa risposta emotiva segue un andamento simile, che possiamo suddividere in cinque fasi:

  1. La negazione che questo virus sia realmente pericoloso per la salute.
  2. L’ansia e la frustrazione di sentirsi in gabbia senza una prospettiva.
  3. Il riassestamento delle abitudini quotidiane e della vita lavorativa.
  4. La rimodulazione delle priorità gestendo meglio il tempo e le scelte.
  5. La nuova normalità che arriverà quando la crisi sarà appianata.

Torneremo ad approfondirli nelle prossime puntate. Intanto, una cosa possiamo dirla. Oggi noi in Italia, con ogni probabilità, siamo a cavallo tra la seconda e la terza. Ci abitueremo, e dopo esserci adattati inizieremo a pensare alle nuove priorità. La maggior parte degli studi ci dice che servono 66 giorni per far sì che un comportamento diventi automatico.

Infografica realizzata da Beatrice Avallone per Be Unsocial

Cambiando la narrativa, cambia anche il linguaggio. Ne ha parlato qualche giorno fa Paolo Iabichino su Medium, ad esempio, in relazione ai nuovi significati che saremo capaci di attribuire a certe voci del dizionario. Il New York Times ha inserito la parola “furbizia” in un suo pezzo, per descrivere una certa tendenza tutta italiana ad aggirare le regole (per inciso, cosa che non ci fa di certo onore, ma potremmo dimostrare che siamo migliori di come ci dipinge l’immaginario comune). Nel contempo, hanno fatto capolino anche parole del tutto nuove:

Coronacation: la sintesi tra Coronavirus e vacation, coniata dai più giovani della Generazione Z che (almeno inizialmente) hanno festeggiato la lunga pausa da scuola e dalle prove in classe.

Covidiot: secondo la definizione di Urban Dictionary è qualcuno che ignora i divieti e le limitazioni riguardo la salute pubblica; in idiota ai tempi del Coronavirus insomma.

Hermit Tech: tutta quella tecnologia che facilita il nostro isolamento a casa, il nostro nuovo assetto da “eremiti”, dalle cuffiette alla cyclette, dai tablet alle Skype call con il terapista.

Infodemic: è la sovrabbondanza di informazioni, a volte accurate e a volte meno, che rende parecchio complicato per le persone districare la matassa di notizie sul Coronavirus.

Noodles / Pandas: una ricerca di Amnesty International ripresa da Vice ha scovato come questi due termini siano entrati a far parte di messaggi in codice dei cinesi che vogliono aggirare la censura.

Zoom Hangover: il termine si riferisce allo strumento Zoom, e definisce la sbornia da troppe video chiamate, i nuovi appuntamenti sociali che difficilmente possiamo procrastinare.

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Alice Avallone (Asti, 1984) coordina il College Digital Storytelling della Scuola Holden, dove insegna e fa ricerca con l’etnografia digitale. Da anni, infatti, unisce scienze sociali e ricerca in Rete per comprendere le relazioni umane online: codici, comportamenti, linguaggi. In passato ha scritto una guida di viaggio con la rivista Nuok (Bur), il manuale Strategia Digitale (Apogeo), e ha curato il libro Come diventare scrittore di viaggio (Lonely Planet). Per Franco Cesati Editore ha pubblicato il saggio People Watching in Rete. Ricercare, osservare, descrivere con l’etnografia digitale e il manuale di scrittura per il turismo Immaginari per viaggiatori.