Antropologia, corpo e digitale: parola a Cristina Cassese

Che cosa è l’antropologia del corpo? In che modo il digitale influenza la percezione della nostra fisicità? E che responsabilità hanno i marchi? L’abbiamo chiesto a un’esperta in materia, Cristina Cassese, specializzata in Antropologia culturale ed Etnologia.

Cristina si occupa di rappresentazioni e stereotipi, con particolare attenzione ai gender studies e alle arti performative, e conduce laboratori didattici motivazionali nelle scuole e collabora a diversi progetti di divulgazione culturale. infine, è co-autrice del testo “E io avrò cura di te. Guida per le professioni di cura domiciliare” (edizioni Aracne), e dal 2019 è responsabile della sezione Cultura della testata online Artwave.it.

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Antropologia del corpo: di che materia si tratta?

Si tratta del ramo di studi antropologici che ha per oggetto di indagine il corpo, inteso come veicolo di esperienza tra il soggetto, la società e l’ambiente. Non c’è società umana al mondo che accetti il corpo così come è dato allo stato di natura. Dai tatuaggi alle acconciature, dalle pratiche di scarificazione alla gestualità e alla prossemica, tutti gli esseri umani costruiscono culturalmente e socialmente i propri corpi. L’antropologia del corpo si occupa quindi di questi simboli, dei loro significati e dei processi che ne determinano la nascita, la diffusione e persino l’estinzione. In questo vasto campo di indagine rientrano molti temi: la malattia, la morte, le questioni di genere, le rappresentazioni artistiche, l’abbigliamento e così via.

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Quanto il digitale e l’estetica dettata dai social sta influenzando la nostra percezione dei corpi?

L’influenza dei social sulla percezione dei nostri corpi e sulle modalità di interazione sociale è enorme. Siamo di fronte a un fenomeno ambivalente: da un lato c’è una fortissima stereotipizzazione, accentuata proprio dall’uso costante e sempre più globalizzato dei social che offrono diverse possibilità di manipolazione e costruzione dell’immagine. Pensiamo ai filtri delle stories di Instagram che modificano, e non di poco, il reale aspetto dei corpi, eliminando le imperfezioni della pelle o alterando le dimensioni di occhi, naso e labbra e così via in una direzione univoca di “bellezza”.

Dall’altra parte però, proprio in virtù di questa enorme diffusione su scala globale, assistiamo al fiorire di molteplici rappresentazioni estetiche che si affiancano al modello classico dominante. Prendiamo ad esempio la rappresentazione etnica: se il modello occidentale, per così dire, “classico” (quello dell’uomo o della donna bianchi, per capirci) è stato a lungo l’unico o perlomeno il prevalente nelle arti visive, nel cinema, nella televisione, oggi non è più così. In questo processo di moltiplicazione della rappresentazione dei corpi, i social hanno un ruolo determinante e prezioso.

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Che responsabilità hanno i brand in questo discorso?

Credo che i brand seguano l’evoluzione dei social media, adattandosi ai cambiamenti in atto: ci sono sicuramente aziende che hanno avuto intuizioni ante litteram (mi vengono in mente le campagne promozionali di Benetton degli anni ‘80 in cui comparivano modelli e modelle di diverse etnie) ma la dinamica solitamente funziona al contrario: si osserva la realtà orientandosi rispetto a ciò che emerge. Nel settore beauty/make up ad esempio, il ruolo svolto da alcune social influencer come Clio e Loretta Grace è stato decisivo per i brand che hanno saputo cogliere il successo di queste nuove icone estetiche modificando prodotti, merchandising e campagne promozionali.

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Per quello che riguarda gli studi di genere, a che punto è il dibattito, soprattutto in Italia?

Stiamo attraversando un momento importantissimo e decisivo, una vera e propria svolta: dopo la terza e la quarta ondata delle correnti femministe che hanno ormai assunto una valenza intersezionale, adesso anche in Italia si comincia finalmente ad aprire la discussione e il confronto sui modelli di genere maschile. Abbiamo parlato a lungo – e certamente continueremo a farlo – dei corpi delle donne: ora pare evidente la necessità di mettere in discussione rappresentazioni e stereotipi che riguardano gli uomini. Il lavoro di ricerca e divulgazione del filosofo Lorenzo Gasparrini, ad esempio, va proprio in questa direzione.

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Qual è il tuo punto di vista su mascolinità tossica e dintorni?

Sono assolutamente convinta che il modello maschile classico dominante, quello del macho man, forte fisicamente e psicologicamente, imperturbabile e anaffettivo abbia davvero le ore contate: moltissimi uomini e, soprattutto, giovani uomini non si riconoscono più in questo tipo di rappresentazione e si avverte in modo forte la necessità di ripensare i corpi maschili e di rappresentarli diversamente. In questo processo i social hanno un ruolo fondamentale e anche i brand se ne stanno accorgendo: basti guardare di nuovo al settore beauty per rendersene conto. I prodotti per la skincare maschile sono sempre più diffusi e pubblicizzati, senza contare l’approccio gender neutral che sta letteralmente conquistando il settore moda.

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Alice Avallone (Asti, 1984) coordina il College Digital Storytelling della Scuola Holden, dove insegna e fa ricerca con l’etnografia digitale. Da anni, infatti, unisce scienze sociali e ricerca in Rete per comprendere le relazioni umane online: codici, comportamenti, linguaggi. In passato ha scritto una guida di viaggio con la rivista Nuok (Bur), il manuale Strategia Digitale (Apogeo), e ha curato il libro Come diventare scrittore di viaggio (Lonely Planet). Per Franco Cesati Editore ha pubblicato il saggio People Watching in Rete. Ricercare, osservare, descrivere con l’etnografia digitale e il manuale di scrittura per il turismo Immaginari per viaggiatori.